In Italia esiste una carenza relativamente alla presenza di infermieri che, nel corso del tempo, è giunta a livelli allarmanti; in tal senso, mancano, all’incirca, 60mila infermieri, considerando come, almeno nel prossimo decennio, 100mila infermieri si avvieranno alla pensione, e, allo stato odierno, all’incirca 80mila iscritti posseggono un’età ricompresa tra i 50 e i 54 anni.
Un elemento che incide, comunque, in maniera rilevante è connesso all’aspetto retributivo; infatti, la carenza è legata, in parte, agli stipendi bassi e alla scarsa attrattività rivestita dalla professione infermieristica, considerando come in Svizzera e in Regno Unito è corrisposto un salario, approssimativamente, più alto del 40%.
La carenza di infermieri, a livello nazionale, rappresenta una questione evidente; in realtà la soluzione è da ricercare in un processo di innovazione professionale da attuare nel tempo.
Secondo le stime dell’OCSE, l’Italia è la nazione con meno infermieri per mille abitanti; in pratica, a livello nazionale sono presenti 6,4 infermieri/1000 abitanti, al cospetto di una media europea corrispondente a 9,5 infermieri/1000 abitanti.

Ad ogni modo, se non verranno messi in campo provvedimenti strutturali in grado di conferire equilibrio all’organico totale, non sarà possibile colmare la carenza, andando, di conseguenza, a delineare uno scenario non esaltante, prevalentemente in merito alle prospettive assistenziali verso una popolazione che, con il tempo, tenderà ad essere sempre più anziana.
Secondo la presidente FNOPI Mangiacavalli, le azioni orientate a definire un’opportuna soluzione in merito alla carenza di infermiere possono, agevolmente, raggrupparsi in tre distinte categorie: 1) Incremento dello stipendio; 2) Riconoscimento delle competenze acquisite; 3) Evoluzione del percorso formativo.
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